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Intervista a Salvatore Accardo

Salvatore Accardo

A sei anni dal suo ultimo concerto per la GOG, Salvatore Accardo si è presentato al Teatro Carlo Felice per la stagione 2018/2019 nella doppia veste di solista e di direttore dell'Orchestra da Camera Italiana, da lui fondata nel 1996, che riunisce in una formazione unica al mondo i migliori allievi ed ex allievi dell’Accademia Stauffer di Cremona. Nella sua intervista, Accardo illustra la sua idea di virtuosismo, il suo impegno a favore delle nuove generazioni di musicisti e la sua versatile e complessa attività di musicista e didatta.

Maestro Accardo, stasera Lei suonerà con l'Orchestra da Camera Italiana che è una realtà unica nel suo genere in quanto i componenti provengono tutti dall'Accademia Stauffer di Cremona. Ci può parlare del progetto e dei risultati conseguiti?
A parte i corsi di perfezionamento, all'Accademia Stauffer facciamo moltissima musica da camera, fondamentale per la crescita musicale di uno strumentista poiché ti insegna a suonare ascoltando gli altri, non solo ad ascoltare te stesso: è un po' quello che dovrebbe capitare nella vita.
Quando suoni musica da camera ti accorgi del momento in cui finisce la tua libertà e incomincia la libertà di chi suona con te.
Successivamente abbiamo deciso di allargare le nostre prospettive e abbiamo voluto che questi ragazzi, ad un certo punto - uscendo dall'Accademia, potessero continuare a suonare insieme in una formazione un po' più ampia, come l'orchestra da camera, che molte volte si presenta con un organico di soli archi.
Molte volte impieghiamo anche dei fiati "giovani" e abbiamo presentato le Sinfonie di Schubert, di Mozart e i Concerti di Paganini.
Si tratta, quindi, di una bellissima realtà, una realtà unica in quanto non esiste al mondo un'orchestra dove tutti i componenti provengono dalla stessa scuola: e questa è qualcosa che si "sente", si "percepisce".

Maestro Accardo, stasera Lei figurerà come solista e direttore. Lei è nato violinista e solo successivamente ha intrapreso la carriera della direzione d'orchestra. Cosa l'ha convinta a intraprendere questa attività?
Si tratta dell'iter, secondo me, "naturale" di un musicista che, appunto, deve approfondire le partiture
dei compositori che conosce per il proprio strumento.
Approfondendo, ad esempio, le Sinfonie di Beethoven piuttosto che quelle di Mozart si capisce molto di più poi quando si "ritorna" ai Concerti per violino.
Ciononostante, la musica è una e si affronta allo stesso modo: l'approccio alla musica è uno soltanto, sia che tu suoni il violino, sia che dirigi, sia che suoni il pianoforte. Ci deve essere la serietà, l'umiltà nei confronti del compositore, in modo da non "stravolgere" la partitura.

Parliamo ora del programma da voi scelto per il concerto: fra gli autori spicca Giovanni Bottesini, passato alla storia come il "Paganini del Contrabbasso.
Si può affermare che Lei abbia voluto, in un certo senso, approfondire il tema del virtuosismo paganiniano, ovviamente riferito allo strumento del contrabbasso?

È una scelta che è stata voluta sia da noi che dalla GOG: si tratta di un programma italiano, nel quale abbiamo inserito la Sonata di Rossini, un capolavoro di un ragazzino di tredici anni ed una delle sei Sonate per archi.
Poi, il Duo di Giovanni Bottesini. Bottesini era, giustamente, considerato il grande virtuoso del contrabbasso; tra l'altro, lui stesso era un direttore d'orchestra e diresse la prima rappresentazione di Aida al Cairo: vi è, quindi, un legame con Giuseppe Verdi.
Troviamo, successivamente, il Quartetto di Verdi nella versione "allargata", per strumenti ad arco: versione che "voleva" anche Arturo Toscanini e da lui eseguita molte volte.
Il Quartetto di Verdi è un capolavoro assoluto, qualcosa di meraviglioso che ci riempie di gioia suonarlo: lo eseguo spesso in quartetto, pertanto ne ho una visione "molteplice", sia con il quartetto che con l'orchestra da camera.
Forse, una andeddoto che nessuno sa del Duo di Bottesini è che la parte di violino è stata scritta da Henryk Wieniawski, grande amico di Bottesini. Essendo coinvolto in disguidi economici, in quanto amava molto giocare, Wieniawski scriveva per i suoi amici e colleghi, facendosi, naturalmente, pagare lautamente!
Quindi, la parte di violino è meravigliosa, scritta benissimo da questo grande violinista, È che possiamo considerare, in un certo senso, il "Paganini Polacco".

Maestro Accardo, negli scorsi mesi è intervenuto nella mostra "Paganini Rockstar" a Palazzo Ducale, qui a Genova, dove ha illustrato la figura di Niccolò Paganini ed espresso la sua idea di virtuosismo. Che cos'è, quindi, per Lei il virtuosismo e come si possono conciliare virtuosismo e libertà espressiva?
Si pensa sempre che il virtuosismo sia qualcosa di "negativo". "Virtuoso" deriva da "virtù": si ha, quindi, una virtù e questa virtù, la porti ai grandi cantabili espressivi.
Occorre considerare che Paganini è vissuto nella grande epoca del melodramma italiano. Paganini, strumentista spettacolare, meraviglioso, ha messo al servizio della musica la sua tecnica, il suo, appunto, virtuosismo.
Vorrei far mie le parole di un grande violinista del passato, David Ojstrach, che affermò: "La tecnica, il virtuosismo bisogna possederlo per poterlo dimenticare". Pertanto, devi averlo, devi essere capace. Dopodiché si mette tutto ciò al servizio della grande musica, dell'espressività, delle frasi, dei colori, dei suoni... Se si ha una tecnica notevole, si riesce meglio ad "essere virtuosi" rispetto alla situazione in cui non la si abbia, la tecnica. Quindi, bisogna possederla e "dimenticarla" al momento opportuno.
Paganini ha "trasportato" sul violino tutte le sue esperienze del melodramma, esperienze derivategli anche dalle sue grandi amicizie, da Rossini a Donizetti... Tant'è vero che Rossini diceva sempre che "meno male che Paganini è occupato con il violino perché se cominciasse a scrivere delle opere sarebbe un po' difficile per noi!".

Lei suona un violino del 1730. Qual è il suo rapporto con il mondo della liuteria e degli strumenti antichi, considerando anche il suo legame con Cremona?
Tutti i grandi violini provengono da Cremona, dagli Stradivari ai Guarneri.
Questa sera suonerò un Guarneri del Gesù del 1730, un violino che si avvicina moltissimo al timbro del Cannone, che è anch'esso un Guarneri del Gesù.
Per un certo tipo di musica preferisco suonare il Guarneri piuttosto che lo Stradivari... lo Stravidari, magari, per un altro tipo di musica. Il Guarneri ha un colore che va molto bene con questo tipo di virtuosismo, di musica.

Maestro Accardo, lei vanta uno straordinario rapporto con i giovani musicisti ed è grande il suo impegno per le nuove generazioni di artisti. Cosa la spinge a proseguire su questa strada considerando anche la non facile situazione della cultura musicale in Italia?
Sullo stato della cultura musicale italiana, è difficile per quanto riguarda l'educazione musicale. Parlando invece della fioritura dei giovani talenti, siamo in un momento di grande gioia. I ragazzi che provengono sia dalla mia scuola che da altre realtà sono giovani veramente notevoli, con delle eccellenti qualità. È importante, tuttavia, cercare di non "rovinare" questi ragazzi. Certo, è difficile dopo per loro intraprendere un certo tipo di carriera, ciononostante è fondamentale che siano seguiti bene e che continuino a lavorare e a studiare con entusiasmo e, soprattutto, con serietà.

Maestro Accardo, da un punto di vista di docente qual è la sua opinione sui nuovi metodi di insegnamento del violino, come ad esempio il Metodo Suzuki, che rappresentano per molti straordinari talenti dei giorni nostri la base della loro formazione?
Parlando della Scuola Suzuki, trovo che sia eccellente per quanto riguarda i bambini, fino ad un certo punto. Ho avuto molti allievi all'Accademia Stauffer che avevano incominciato con il Metodo Suzuki e vantavano una buona posizione.
Tuttavia presentavano dei piccoli difetti di impostazione "fisica" in quanto il Metodo Suzuki privilegia soprattutto l'imitazione. Quindi, possono insorgere alcune difficoltà quando suonano sette, otto, nove o dieci bambini tutti insieme, anche nel momento in cui si debba insegnare loro una postura naturale e senza difetti. Il Metodo Suzuki può essere certamente una buona soluzione per i primi anni, in seguito vanno perfezionati gli studi, soprattutto esercitarsi sulle scale, sugli arpeggi, perfezionare la tecnica di base... tutto ciò che rappresenta le fondamenta della tecnica violinistica e non solo.
Prendo ad esempio,il caso di mia figlia che sta studiando il pianoforte: la sua insegnante richiede sempre molto esercizio sulle scale e sugli arpeggi: anche perché ciò che dobbiamo affrontare com maggiore difficoltà e determinazione nelle composizioni dei grandi Maestri sono proprio le scale e gli arpeggi.
Occorre, dunque, possedere una tecnica di base solida.

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